Un detto che fa parte della saggezza popolare recita: è meglio prevenire che reprimere; applicato alla medicina significa: è meglio prevenire la malattia e le sue complicanze, piuttosto che doverle curare. Classicamente in medicina si distinguono tre tipi di prevenzione. Prevenzione primaria: evitare o rimuovere a monte l’insorgenza di una malattia prima che essa si verifichi (per es. vaccinazione). Prevenzione secondaria: rilevare una malattia in fase precoce, facilitandone la cura, riducendone o prevenendone gli effetti (per es. screening e diagnosi precoce). Prevenzione terziaria: ridurre le complicanze di una malattia (per es. del diabete), inclusa la gestione delle disabilità e la riabilitazione. Lo sviluppo della scienza e della tecnologia, associato ai cambiamenti culturali e sociali, ha portato a una ipermedicalizzazione della società; un processo attraverso cui condizioni o disfunzioni non necessariamente patologiche e aspetti della vita (il dolore lieve, l’imperfezione fisica, la calvizie, la tristezza, la timidezza, l’invecchiamento, la nascita e la morte), vengono reinterpretati come condizioni mediche che richiedono diagnosi e trattamento. In questo contesto medico e sociale si è sviluppata la necessità di una ulteriore prevenzione, la Prevenzione quaternaria: un concetto che si riferisce a tutte le azioni da intraprendere per evitare o ridurre i danni causati da interventi sanitari inutili o eccessivi, proteggendo i pazienti dagli effetti collaterali dei farmaci e degli interventi medici (“primum non nocere”, per prima cosa non nuocere, principio fondamentale dell’etica medica), promuovendo un uso più consapevole e etico delle risorse sanitarie (BJGP,2019). Essa si rivolge a quei soggetti che vanno incontro a una sovradiagnosi e a ipermedicalizzazione. La sovradiagnosi è “la diagnosi di una condizione che sarebbe rimasta indolente per tutta la vita se non fosse stata rilevata” e che non avrebbe mai causato sintomi o danni al paziente. Il problema principale della sovradiagnosi è il sovratrattamento: curare pseudo-malattie che non hanno alcuna prospettiva di beneficio. Ciò ha implicazioni di vasta portata: dai possibili danni al paziente, ai problemi di sostenibilità ed equità della sanità pubblica, poiché genera costi inutili e spreco di risorse. Alcuni potenziali fonti di sovradiagnosi sono lo screening di tutte le malattie, il progressivo aumento della prescrizione di test diagnostici, l’abbassamento dei valori soglia per definire un fattore di rischio o una malattia, la trasformazione dei fattori di rischio in malattie (per es. i livelli di colesterolo, che sono un fattore di rischio e non una malattia). A ciò contribuiscono la pubblicità e gli incentivi finanziari delle industrie farmaceutiche alle organizzazioni e società scientifiche mediche. Vari studi sottolineano infatti che l’industria farmaceutica spende più soldi in marketing che in ricerca e sviluppo. Anche i cambiamenti sociali e culturali favoriscono il fenomeno. I valori della società si sviluppano a un ritmo continuo. La società attuale è caratterizzata dal rifiuto della sofferenza, dalla ricerca del piacere e dal consumismo e anche la sanità è entrata a far parte dei beni da consumare. Ciò è anche una conseguenza del fatto che le nuove tecnologie e le continue e sempre più approfondite conoscenze della biologia hanno alimentato la convinzione che i processi dell’organismo umano e della vita, sebbene complessi, possano essere controllati dalla scienza: da qui l’idea che ogni disagio o imperfezione possano e debbano essere risolti con una cura. Pressioni culturali e commerciali influenzano anche la percezione della malattia. Non si ritiene più che essa sia legata solo a fatti biologici: ciò porta a definire come problema medico quello che un tempo non era considerato tale (per es. il dolore mestruale, l’ansia, la menopausa, disturbi e caratteristiche della personalità come la timidezza). Questa situazione è associata al fenomeno chiamato Disease mongering (mercificazione della malattia), un processo guidato principalmente da interessi economici, che si riferisce alla strategia di creare o amplificare la percezione di malattia e le patologie per promuovere il consumo di farmaci e trattamenti sanitari (BMJ Open,2024). Questo fenomeno ha profonde implicazioni sul modo in cui la medicina è percepita e praticata, distorcendo il concetto tradizionale di cura, centrato su condizioni clinicamente rilevanti del paziente, prendendo in considerazione le sue necessità e il rapporto rischio-beneficio. Viene distorta anche la concezione stessa del lavoro del medico, ponendo un serio problema di etica professionale.
Angelo Gatta
Professore Emerito di Medicina Interna
Università di Padova

