Il tumore del colon-retto è tra le neoplasie più diffuse in Italia, rappresentando la seconda forma tumorale per prevalenza nelle donne (dopo quello della mammella) e negli uomini (dopo prostata e vescica). È la quarta causa di morte oncologica nel Paese. In oltre il 50% dei casi può ripresentarsi dopo l’intervento chirurgico, spesso sotto forma di metastasi, con il fegato come sede più frequente.
Quando le metastasi al fegato sono poche e ben localizzate, è possibile rimuoverle chirurgicamente. Ma in molti casi, purtroppo, le metastasi sono troppo grandi e numerose o situate in aree del fegato difficili da raggiungere senza il sacrificio di una porzione ampia dell’organo: in queste situazioni si parla di “malattia non resecabile”, cioè non operabile. In passato, per questi casi si ricorreva esclusivamente alla chemioterapia o a terapie palliative, senza possibilità curative.
Negli ultimi anni, però, le cose stanno cambiando. Recentemente, la medicina ha introdotto nuove strategie. Una delle più innovative è il trapianto di fegato per pazienti con metastasi epatiche non resecabili da tumore del colon-retto.
Tradizionalmente riservato a malattie epatiche come cirrosi o epatocarcinoma, il trapianto è stato proposto e studiato anche in contesti selezionati di metastasi, specialmente da alcuni centri del Nord Europa. In pratica, si tratta di rimuovere completamente il fegato malato e sostituirlo con uno sano da un donatore deceduto, offrendo al paziente una seconda possibilità.
Un’alternativa al trapianto da cadavere è l’utilizzo del lobo sinistro di fegato da donatore vivente, in un’operazione in due tempi. Questa soluzione riduce i rischi per il donatore e non interferisce con le liste di attesa per altri pazienti, offrendo comunque benefici importanti al ricevente.
Naturalmente, non si tratta di una soluzione per tutti. I pazienti che possono accedere a questo tipo di trapianto devono rispettare criteri molto rigidi. La malattia deve essere limitata al fegato, senza altri organi coinvolti. Il paziente deve avere risposto bene alla chemioterapia e avere condizioni generali di salute buone. In altre parole, si deve selezionare i casi che possono davvero beneficiare del trapianto, evitando l’impiego inappropriato di organi donati, risorsa estremamente limitata.
Una criticità della procedura è che oltre la metà dei pazienti sviluppa recidive polmonari post-trapianto. Tuttavia, queste metastasi si caratterizzano per una crescita lenta, indolente, e possono essere trattate chirurgicamente.
In particolare, i dati provenienti dalla Norvegia hanno mostrato che i pazienti trapiantati hanno vissuto per molti anni (alcuni fino a 10), anche dopo recidiva, preservando una qualità di vita eccellente. Nel 2024 è stato pubblicato il primo studio prospettico randomizzato condotto in 20 centri europei (inclusi 2 italiani) che ha dimostrato la superiorità del trapianto di fegato associato a chemioterapia rispetto alla sola chemioterapia nel trattamento delle metastasi epatiche non resecabili da tumore del colon-retto.
Per verificare l’efficacia di questa strategia, in Italia sono in corso sperimentazioni in alcuni Centri altamente specializzati. Entrare in questi studi clinici è attualmente l’unico modo per poter accedere a questa terapia.
Il trapianto rappresenta una promettente frontiera terapeutica per pazienti selezionati con metastasi epatiche da tumore del colon-retto. È ancora un trattamento in fase di studio, riservato a centri specializzati e a pazienti ben selezionati, ma mostra chiaramente quanto la ricerca e l’innovazione possano cambiare le prospettive anche nei casi più complessi.
Jacopo Lanari
Medico Ricercatore Universitario in Chirurgia Generale
Azienda Ospedale Università di Padova

