La presenza di steatosi epatica fu descritta per la prima volta dall’inglese Thomas Addison nel 1836, che osservò un accumulo di grasso all’esame istologico del fegato di soggetti con storia di abuso di alcol. Successivamente, un americano, Austin Flint, documentò una correlazione tra un elevato consumo di carboidrati con il peggioramento della steatosi.
Agli inizi del 1900, il fatto che un accumulo di grasso nel fegato possa verificarsi anche in assenza di consumo alcolico era un dato ben consolidato, ma il meccanismo sottostante rimaneva poco chiaro, sebbene negli stessi anni un ruolo del diabete come fattore di rischio cominciò ad essere ipotizzato.
Si dovrà però attendere fino al 1962 perché il ricercatore tedesco J Ludwig coni il termine “malattia del fegato grasso non alcolica” (NAFLD), dopo aver osservato la presenza di steatosi in 20 biopsie epatiche eseguite in pazienti con obesità e/o diabete.
Con l’aumento degli studi sulla NAFLD nel 21° secolo, è stato chiarito che questa è parte di una sindrome metabolica che comprende obesità, ipertensione arteriosa, resistenza all’insulina e dislipidemia.
Ciò ha aperto la strada alla recente introduzione del termine “malattia steatotica epatica associata alla disfunzione metabolica” (MASLD), che ha sostituito il vecchio termine NAFLD. L’adozione della nuova nomenclatura inclusiva per la MASLD ha richiesto nuovi studi per stimare la prevalenza della malattia in base ai nuovi criteri diagnostici, nel contesto di un numero crescente di pazienti con sovrappeso, obesità e diabete mellito di tipo 2. Questi studi hanno stimato una prevalenza globale tra il 24% e il 39% per la MASLD, che comprende la metà degli adulti in sovrappeso e obesi, rispetto a una prevalenza che era stimata tra il 15% e il 34% per la NAFLD.
Le differenti prevalenze tra MASLD e NAFLD, sono giustificate dunque non solo dal numero sempre crescente nel mondo di soggetti con sindrome metabolica, ma anche dal fatto che la presenza di altre cause di danno al fegato (ad esempio l’abuso di alcol) in un soggetto epatopatico non preclude la definizione di MASLD, ma precludeva quella di NAFLD, che invece era una diagnosi di esclusione. In entrambi i casi è evidente come il numero di soggetti nel mondo, soprattutto nei paesi industrializzati, dove la maggior disponibilità economica comporta un maggior rischio di sovranutrizione e di conseguenza di disturbi metabolici, sia drammaticamente elevato.
Ciò ha implicazioni enormi sia in termini di salute, perché una parte di soggetti affetti da MASLD sviluppano delle forme più avanzate di epatopatia, fino alla cirrosi epatica e l’epatocarcinoma, sia in termini economici per il sistema sanitario, in quanto non è ancora ben definito quali siano i soggetti a maggior rischio di progressione di malattia, e quindi meritevoli di un follow-up, col rischio da un lato di perdere nel follow-up pazienti che svilupperanno una malattia grave, e dall’altro di aumentare esponenzialmente il numero di esami in soggetti con una patologia generalmente a molto lenta evoluzione.
Nonostante le attuali conoscenze sui meccanismi patogenetici della MASLD siano ampie, non esistono ad oggi terapie farmacologiche specificatamente approvate per questa malattia. Di conseguenza, attualmente le principali strategie per limitare la sua progressione includono un cambiamento dello stile di vita, al fine di promuovere la perdita di peso attraverso la dieta e l’attività fisica, e il controllo dei principali fattori di rischio metabolici. Nel prossimo futuro possiamo aspettarci sviluppi importanti per quanto riguarda sia gli approcci diagnostici che terapeutici per la MASLD.
Marco Di Pascoli
Professore Associato di Medicina Interna
Università di Padova

