L’origine della parola “fegato”: arte medica e cucina a confronto
In Medicina, i nomi di organi, sindromi e malattie hanno origini molto diverse. Nella maggior parte dei casi, essi derivano dal corrispettivo greco o latino (e.g. “cistifellea” o “colecisti”, nel senso di “cisti contenente bile”). In altri, il nome semplicemente descrive l’aspetto o la sintomatologia associata a una specifica condizione morbosa (e.g. “polmonite lobare”, nel senso di “infiammazione che coinvolge un lobo polmonare”). In altri ancora, infine, si ricorre a eponimi che associano organi e malattie al loro scopritore (e.g. “tube di Falloppio”; “cirrosi epatica di Morgani Lennec”; “sindrome di Down”).
Chiedersi quale sia l’etimologia dei termini medici non è un mero esercizio accademico. Molto spesso, anzi, tale ricerca aiuta a comprendere meglio il lungo e complicato processo che ha trasformato la Medicina da arte sciamanica a disciplina ispirata al metodo scientifico. Qual è quindi l’origine della parola “fegato”?
La domanda non è banale, in quanto nessuna delle spiegazioni sopra illustrate sembra essere convincente. In particolare, l’origine greca o latina della parola potrebbe apparire poco probabile. L’equivalente greco di “fegato” è infatti ἧπαρ (“hèpar”), mentre quello latino “jecur”. Per quanto tali termini non somiglino minimamente al nostro “fegato”, convincenti (e curiose!) ricerche hanno dimostrato come “fegato” sia in realtà una parola di origine latina. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, essa non è però stata coniata da Celso, Galeno o altri illustri medici del passato. Il termine “fegato” è più probabilmente stato inventato da cuochi e camerieri delle tabernae che pullulavano a Roma e in molte parti dell’impero.
“Fegato” è infatti la trasposizione abbreviata del più completo jecur ficàtum, termine con cui i latini indicavano una pietanza a base di “fegato (jecur) di animale ingrassato coi fichi (ficàtum)”. Per risparmiar tempo, è verosimile che cuochi e camerieri abbreviassero jecur ficàtum nel più snello ficàtum (un po’ come oggi si parla di “deca” al posto di “caffè decaffeinato” o di “quattro formaggi” al posto di “pizza ai quattro formaggi”). Col tempo, jecur è caduto in disuso e ficàtum è stato adottato anche in ambito medico-scientifico. Il passaggio da ficàtum (con accento sulla penultima sillaba) a fégato (con accento sulla terzultima) è un tipico esempio di ritrazione dell’accento, fenomeno ben noto a chi studia etimologia e linguistica.
Questa curiosa spiegazione è un bell’esempio di convergenza tra termini culinari e linguaggio medico. I trattati di Medicina Interna e di Anatomia Patologica sono in effetti pieni di descrizioni che associano condizioni morbose a pietanze. Basti pensare alle feci “a purea di piselli” della salmonellosi, alla “milza a prosciutto” dell’amiloidosi, alla “cisti color cioccolato” dell’endometriosi o alla “pericardite a pane e burro” del paziente uremico. Ad occhi non medici, queste associazioni possono suscitare ribrezzo o addirittura scherno. Esse sono tuttavia una prova tangibile di una fondamentale regola dell’epistemologia e della medicina moderna: “Conoscere significa, per quanto possibile, ricondurre l’ignoto al noto”.
Marco Pizzi
Anatomopatologo, Dottorando di Scienze Biomediche Sperimentali
Università
di Padova

